Human Rights Defender / GWED-G

Venis Omona

Venis Omona è responsabile di progetto e desk dell’organizzazione Gulu Women Economic Development & Globalization (GWED-G), fondata in Nord Uganda da un gruppo di donne che hanno sofferto l’impatto della guerra, vedendo i loro diritti violati o i propri figli reclutati dai ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) 1.
Il lavoro di GWED-G si concentra nel settore della costruzione della pace e della promozione dei diritti umani delle donne e delle persone che stanno tornando o sono tornate alle loro comunità locali dopo lo spostamento forzato causato dalla guerra. Questo include tutti gli aspetti dei diritti umani come quello al cibo, al riparo, alla sanità e all’istruzione e elementi dei moduli di costruzione della pace per le donne come la capacità di mediazione, negoziazione, riconciliazione e perdono. GWED-G lavora anche con i numerosi giovani che presentano comportamenti a rischio a causa della rottura culturale con il contesto, conseguenza di decenni passati nei campi.

L'intervista
  • Quando hai deciso di lavorare nell’ambito dei diritti umani e perché?

    Appena terminata la scuola. Quello che mi colpiva era soprattutto la situazione di questa regione: a quel tempo la guerra era in corso, gli uomini combattevano e morivano, bambini e donne soffrivano, molte famiglie vedevano i propri diritti non tutelati. Non riuscivo a restare indifferente e ho iniziato a lavorare con un’organizzazione che sostiene i diritti umani, in particolare delle donne. Io sono stato cresciuto da una madre single e anche se non abbiamo avuto problemi economici e riuscivamo ad affrontare le necessità quotidiane, l’ho vista soffrire molto. Immaginavo spesso la vita difficile delle donne i cui mariti erano stati uccisi o i cui bambini erano stati rapiti. Volevo garantire loro una vita dignitosa, questa era la mia aspirazione. Seguirla mi ha portato a essere qui oggi a promuovere la parità di genere, a occuparmi di violazioni e abusi dei diritti delle donne, a mettere un sorriso sui volti delle donne che hanno sofferto.

  • Come responsabile di progetto e desk, ti occupi in particolare di diritti delle donne, ma anche di giovani. Qual è la loro situazione?

    Le donne e i giovani sono soggetti dimenticati in questo Paese. A loro si dedica poca attenzione, soprattutto da parte del Governo. È palese se si guarda al budget del Ministero del Genere, del Lavoro e dello Sviluppo Sociale: è insufficiente per gestire le molte problematiche e questioni sociali che riguardano bambini, giovani e donne. La situazione dei giovani è particolarmente grave, molti di loro sono senza una guida e finiscono per essere coinvolti in attività criminali. Questo succede perchè abbiamo perso un’intera generazione, soprattutto in questa Regione, in termini di istruzione. I giovani hanno perso molto tempo mentre erano nei campi, alcuni di loro nei campi ci sono nati e lì hanno speso (e perso) la loro infanzia. Usciti dai campi hanno subito uno shock culturale, perché non avevano gli strumenti per far fronte alla situazione. Il governo e la comunità internazionale dovrebbero investire di più su di loro, per dare loro speranza e un futuro più sicuro.

  • Secondo la tua opinione, alcuni dei problemi che interessano l’Uganda sono comuni ad altri Paesi africani?

    Quello dei diritti umani non ancora pienamente rispettati e promossi è un problema comune ai Paesi africani. La maggior parte delle difficoltà è data dalle leadership: ritengono che le comunità informate sui diritti umani possano mettere in discussione il loro potere. Conoscere i propri diritti e promuoverli significa alzarsi in piedi, attivarsi per rivendicarli. Così in Africa la maggioranza dei leader cerca di schiacciare i diritti umani, promulgando leggi deliberatamente tese a limitarli. Si pensi per esempio alle leggi che, anche in Uganda, limitano la libertà di espressione e di associazione. In generale in Africa i diritti umani sono considerati un “fenomeno occidentale”. In Uganda sono promossi solo per indorare la pillola ai donatori e far sembrare il Paese “moderno”, ma i problemi non vengono affrontati con spirito critico.

  • Cosa significa per te essere un difensore dei diritti umani?

    Significa molto. Prima di tutto è un onore perché, anche se si tratta di un lavoro difficile e a volte pericoloso, consiste nel dare voce a chi non ce l’ha. Con il mio lavoro cerco di dare visibilità a certe situazioni, di sensibilizzare la comunità su questioni che riguardano i diritti degli individui, delle donne, dei bambini. In generale essere un difensore è impegnativo, ma è bello sentire di aver cambiato la vita di una comunità o di un gruppo di persone, ricevere feedback positivi, vedere che le comunità cominciano a esigere i servizi, a chiedere alle persone preposte di rendere conto pubblicamente delle loro azioni. È incoraggiante vedere le persone comprendere il valore dei diritti umani e cercare di cambiare dall’interno le loro comunità, perché sono queste ultime che hanno il potere e le soluzioni ai loro problemi. Il lavoro del difensore dei diritti umani è proprio questo: supportare le persone per consentire loro di agire a livello locale, attraverso le risorse disponibili, per promuovere il cambiamento.

  • Il tuo lavoro ti crea difficoltà? Riesci a condividerlo e coinvolgere i tuoi amici e la tua famiglia nel tuo lavoro?

    Naturalmente in quanto difensore dei diritti umani si affrontano delle difficoltà. Prima di tutto, l’ambiente in cui operiamo è controllato da molte leggi rigorose – per citarne una, la Legge di pubblica sicurezza – e come difensore a volte sei braccato e perseguitato, soprattutto quando tratti questioni critiche. È un lavoro delicato che richiede di salvaguardare se stessi, proteggersi da eventuali soggetti che cercano di screditarti. Oltre a questo, ci sono rigidità culturali, specialmente nelle comunità. Alcune sono molto resistenti alla promozione dei diritti a causa dello stile di vita a cui sono abituate: esse non desiderano il cambiamento. A volte si riesce a mettere in moto uno scambio, altre bisogna proteggersi perché la comunità diventa inospitale e violenta. Quindi è davvero impegnativo e con le famiglie, naturalmente, ci sono alcuni momenti difficili. I casi delicati hanno bisogno di impegno e tempo, spesso rimaniamo lontani dalla famiglia e se non c’è comprensione questo può determinare un po’ di instabilità nei rapporti.

  • Puoi parlarci di un caso significativo che hai seguito in passato?

    Vi parlerò di due casi, gocce nel mare di quelli su cui lavoriamo.
    Il primo è quello di una donna. Naturalmente, il governo ugandese ha l’obbligo di rispettare, promuovere e quindi proteggere i diritti inalienabili della popolazione. In termini pratici, ha l’obbligo di garantire l’erogazione dei servizi in tutto il Paese, ma nella realtà non è così. Una donna di 65 anni era stata lasciata da sola. Quando l’ho incontrata era in grande difficoltà: viveva con 5 orfani in una piccola capanna con solo un sacco per coprirsi o coprire il tetto quando pioveva. Situazioni che ti fanno venire le lacrime agli occhi, ti chiedi cosa il nostro governo stia facendo. Ho contattato le autorità a livello ministeriale, mantenuto i contatti con le autorità del distretto, con il presidente, con il porta-voce del governo, per assicurare che la sua condizione migliorasse.
    Il secondo riguarda una bambina di 13 anni che è stata violentata da un dirigente di una scuola elementare privata e infettata dall’HIV. Ho preso l’iniziativa di sottoporre il caso alle organizzazioni che si occupano di violenza di genere e protezione dei bambini. Loro hanno risposto in modo positivo, ma sono stato perseguitato per il mio intervento, molestato dal preside. La questione ha assunto un carattere politico, il preside si è rivolto al Presidente Museveni sostenendo che c’era un gruppo di opposizione che stava cercando di infangare il nome del Movimento (Movimento Nazionale di Resistenza, partito di Museveni, n.d.r.). Dopo l’indagine, il preside, fortunatamente, è stato messo in carcere.

  • Puoi condividere con noi i problemi che affronti nel tuo lavoro?

    Il problema più grande è sicuramente la necessità di avere una piattaforma comune, dove i difensori dei diritti umani possano condividere le esperienze e i problemi e individuare le soluzioni in grado di proteggerli in caso di una risposta estrema da parte del governo. Abbiamo spesso paura di essere identificati come difensori dei diritti umani, soprattutto in questo particolare momento pre-elettorale. Le attività che portiamo avanti possono essere lette come azioni che fanno il gioco dell’opposizione, contro il governo. Poi c’è la questione della nostra sicurezza e protezione personale. C’è un meccanismo di protezione, ma non è molto chiaro: come ci si può proteggere, a chi ci si deve rivolgere per chiedere asilo nel caso in cui si è perseguitati? Le informazioni sono carenti.

  • Che tipo di attività promuovi con le donne?

    Molte. L’attività di base riguarda la creazione di un comitato di donne in grado di identificare i problemi all’interno della comunità di appartenenza e di richiedere un’azione da parte dei loro referenti. Aiutiamo le donne a costruire e dare valore a questo strumento. Poi svolgiamo attività di formazione, sensibilizzazione, advocacy all’interno delle comunità e visite di scambio che creano un meccanismo di mutuo apprendimento. Oltre a questo, promuoviamo anche attività di sviluppo economico supportando alcune attività generatrici di reddito in modo che, mentre promuovono i diritti umani, le donne siano in grado di rispondere ai loro bisogni di base, pagando le tasse scolastiche dei bambini, affrontando le spese mediche, mettendo il cibo sul tavolo. Come difensore so che per poter rivendicare i diritti, è necessario essere economicamente indipendenti.

  • Secondo la tua opinione, che tipo di contributo possono portare le donne nella direzione di un cambiamento positivo in Uganda?

    Oltre il 50% della popolazione ugandese è composto da donne. Credo che, se ci fosse una voce collettiva e un forte collegio elettorale di donne con un obiettivo comune, si potrebbero ottenere molte cose. Le donne potrebbero diventare i leader del Paese e influenzare notevolmente il suo sviluppo, riuscendo anche a sbarazzarsi dei problemi di corruzione all’interno della società. Abbiamo visto governi parastatali promossi da donne che stanno facendo molto bene, sia a livello nazionale che a livello locale. Ce ne vorrebbero di più in posizione di leadership perché hanno un cuore coraggioso e potrebbero davvero determinare un’evoluzione e migliorare la situazione dei diritti umani. Purtroppo però spesso le donne non riescono a lavorare in maniera congiunta. È uno dei loro punti deboli, se si unissero potrebbero fare molte cose in Uganda.

  • Secondo la tua opinione, i difensori dei diritti umani in Uganda sono consapevoli del loro ruolo e di come tutelare se stessi?

    Penso siano consapevoli del loro ruolo in termini di attivisti che lavorano per la comunità, ma inconsapevoli delle necessità per se stessi e le proprie organizzazioni. Abbiamo lavorato molto su questa consapevolezza, in modo che i difensori sappiano che hanno bisogno di proteggere se stessi e le loro organizzazioni. Molti difensori danno per scontata la loro sicurezza fisica o la sicurezza digitale dei dati che raccolgono. Un esempio forse può chiarire meglio cosa intendo: una serie di sedi di organizzazioni sono state prese di mira in Uganda. Quelle che avevano già ricevuto una formazione sulla sicurezza, anche nel caso di raid nei loro uffici, sono riuscite a salvaguardare informazioni e documenti. I computer sono stati rubati, ma tutti i dati erano crittografati e dunque inaccessibili ed erano stati salvati su un server esterno. Stessa protezione per i documenti contenuti nella cassaforte tagliafuoco, difficile da rompere e da trasportare, di cui avevamo consigliato di dotarsi. Quando i dati non sono protetti, invece, come spesso succedeva in passato, durante le irruzioni venivano rubate informazioni riservate sull’organizzazione e sugli individui che poi venivano utilizzate contro l’una o gli altri, magari rovinando il lavoro di anni. Sono sicura che se riusciremo a rendere i nostri difensori dei diritti umani più consapevoli, ridurremo anche le violazioni subite.

  • Le persone che hai aiutato in passato hanno cambiato la loro vita? Riuscite a coinvolgerle nelle attività che l’organizzazione promuove?

    Sì, un numero notevole. Alcune delle donne con cui abbiamo lavorato ora sono coinvolte negli organi decisionali dei consigli locali, alcuni gruppi di donne si sono costituiti in organizzazioni comunitarie (CBO). Ora lavorano insieme, individuando i problemi della comunità ed elaborando proposte da sottoporre alle autorità. Il lavoro che abbiamo fatto con loro si trasforma in azioni di advocacy: identificano i problemi e li sottopongono al distretto. Un CBO ha recentemente promosso una petizione per chiedere al Distretto un intervento sull’epatite B, molto presente sul territorio; un altro ha chiesto di mettere in sicurezza alcune strade dove le donne vengono spesso molestate o stuprate, altre chiedono di migliorare i servizi sociali. Tutte loro, oggi, sono persone che agiscono per determinare un cambiamento sociale.

  • Cosa pensi dei politici, le loro decisioni sono importanti per migliorare le condizioni delle donne e dei giovani?

    Hanno un ruolo molto importante – prima di tutto a livello nazionale – perché sono i decisori principali. Insieme ai politici distrettuali, che emanano ordinanze e leggi, sono coloro che più possono aiutare a migliorare la condizione delle donne e dei giovani. Purtroppo però sono spesso spinti da interessi egoistici, pensano di realizzare molto lavoro in breve tempo e non sono attenti ai problemi del territorio. Non si confrontano con la vita quotidiana della gente. Tranne che durante le campagne elettorali, non visitano i territori e quindi non conoscono né capiscono i problemi reali. Per questo non credo ai nostri politici. Lasciano una parte del lavoro che dovrebbe fare la politica alla società civile e alle ONG, e tuttavia adesso si stanno concentrando sulla legge sulle ONG, cercando di limitare la loro attività.

  • I difensori dei diritti umani in Uganda sono consapevoli del loro ruolo nella promozione di un cambiamento culturale e sociale?

    Uno dei problemi che i difensori dei diritti umani si trovano ad affrontare è proprio la mancanza di consapevolezza del loro ruolo. Spesso i difensori non sanno di esserlo, credono che sia necessaria una certa dichiarazione, un tratto distintivo particolare. Al contrario un difensore è definito dal suo lavoro quotidiano, da tutte le azioni piccole e grandi in termini di protezione e promozione dei diritti umani. Eppure in molti faticano a definirsi tali e questo è senz’altro un punto debole. Sono molto riconoscente alle vostre organizzazioni (Soleterre e EHAHRDP, n.d.r.), perché state promuovendo corsi di formazione per i difensori, che permettono loro di capire la realtà e sapere chi sono. I difensori stanno cominciando a capire cosa devono fare e a farlo, provocando cambiamenti sociali significativi all’interno delle comunità. In quanto difensore si suppone che tu apporti un cambiamento e ispiri le persone al cambiamento. È questo cambiamento sociale quello di cui abbiamo bisogno. Come per scalare un albero si parte dalle radici, così dobbiamo rafforzare il movimento dei difensori dei diritti umani per poter ottenere una società libera dalla violazione dei diritti umani.

  • 1 Durante la Guerra che in Nord Uganda si è protratta per oltre venti anni, migliaia di persone dal Nord Uganda sono state forzatamente costrette a lasciare le loro case e a cercare un rifugio di fortuna, in seguito alla rivolta dell’Esercito di Resistenza del Signore di Joseph Kony (LRA). I bambini, soprannominati “pendolari notturni”, che fuggivano dai villaggi di notte per sottrarsi ai rapimenti dei ribelli dell’Lra, sono tornati a casa, ma le loro vite sono spezzate. Durante la guerra fra il governo ugandese e i ribelli dell’LRA, più di 300 mila bambini sono stati rapiti dai ribelli e reclutati con la forza come bambini soldato mentre le bambine venivano costrette a sposare i comandanti ribelli e esposte a molestie sessuali in giovane età.