Human Rights Defender / EHAHRDP

Memory Bandera

Memory Bandera è responsabile dei programmi e dell’amministrazione di East and Horn of Africa Human Rights Defenders Project – EHAHRDP, un’organizzazione impegnata nella tutela dei difensori dei diritti umani in Africa Orientale e nel Corno d’Africa dal 2005. EHAHRDP cerca di rafforzare il lavoro dei difensori dei diritti umani in tutta la regione, riducendo il loro livello di vulnerabilità e il rischio di persecuzione e rafforzando la loro capacità di difendere efficacemente i diritti umani.

L'intervista
  • Quando e perché hai deciso di diventare un difensore dei diritti umani?

    In realtà, quando ho iniziato a lavorare per i diritti umani, non sapevo nemmeno cosa fosse un difensore dei diritti umani. Solo progredendo nella mia carriera ho capito che ero uno di loro. Il mio attivismo è iniziato in giovanissima età, quando in Zimbabwe mi occupavo di questioni di genere. I miei genitori erano favorevoli a questo percorso e mi hanno davvero spinto, chiedendomi ripetutamente cosa avevo intenzione di fare con le mie idee. Con mio padre parlavo molto e quando ero liceale mi portava a diversi incontri.
    Ripensandoci ora, mi rendo conto di quanto sia stata un’occasione unica per me averlo al mio fianco, è raro che i padri aiutino le figlie, soprattutto su questioni come l’empowerment femminile.

  • Qual è la situazione dei diritti umani in Uganda dal tuo punto di vista?

    Quando penso alla situazione dei diritti umani in Uganda, la guardo da due prospettive diverse. Se osservo l’Uganda paragonandolo agli altri Paesi della regione, penso che ci sia un certo spazio per l’attivismo e credo che questo sia un fatto positivo, perchè assicura la presenza di una società civile vivace. Ci sono persone effettivamente in grado di promuovere il cambiamento, indipendentemente dai limiti e dagli ostacoli. Se confronto l’Uganda con l’Etiopia o l’Eritrea, dove nulla si muove, penso che siamo fortunati ad avere questo spazio per occuparci di diritti umani. Quando penso all’Uganda in sé e per sé e a questioni specifiche, mi sembra invece che questo spazio si stia restringendo, in special modo per quanto riguarda la libertà di riunione, di espressione, di associazione e di informazione. Queste specifiche aree mi preoccupano molto.

  • Qual è la situazione delle donne nel Paese? Molti dei loro diritti non vengono rispettati, perché?

    Quando si tratta di donne, ci sono diversi fattori che contribuiscono al rispetto dei loro diritti. Naturalmente i fattori culturali, anche in Uganda, sono fondamentali. Essi determinano come le donne sono viste dalla società e quali sono le aspettative nei loro confronti.

    Soprattutto nelle zone rurali ci sono impedimenti nella realizzazione di alcuni diritti profondamente legati alla tradizione. Penso al (mancato) diritto di possedere la terra o ai legami familiari: alcune comunità ritengono che se il marito non picchia la moglie non la ami. È difficile occuparsi di violenza domestica con questi presupposti.
    A questo aggiungerei l’influenza religiosa che dice cosa le donne possono o non possono fare e che frena molti cambiamenti. Ci sono tanti fattori e tanti problemi che hanno impedito alle donne di vedere effettivamente riconosciuti i loro diritti in molti campi della vita.

  • Le donne non hanno una grande rappresentanza in politica in Uganda. È vero? Perché?

    Sicuramente la rappresentanza femminile in posizioni di spicco non è come dovrebbe essere. E questo vale sia per la rappresentanza politica, nel Consiglio dei Ministri, in Parlamento e nella politica locale, sia per quella nei consigli di amministrazione e nelle posizioni di amministratore delegato del settore privato.
    Credo che uno dei motivi per cui le donne non ricoprano queste posizioni sia culturale, legato alle responsabilità familiari a cui esse tendono a dare un enorme peso.
    Spesso le donne si chiedono se valga la pena andare avanti in politica, piuttosto che prendersi cura della propria famiglia. Un uomo nella stessa situazione non si preoccupa della famiglia, perché sa che c’è la moglie a occuparsene. Penso però che ci siano anche delle ragioni storiche, legate alla forma patriarcale della società che vede le donne inadatte a fare certi lavori.

  • Pensi che le donne in Uganda siano consapevoli della loro situazione? Che vogliano lottare per i loro diritti?

    Direi sì e no. In Uganda ci sono tante organizzazioni femminili. Le donne stanno facendo un grande lavoro in tutto il Paese. Ci sono molte attività di sensibilizzazione in corso e questo vuol dire che le donne sono consapevoli e che stanno realmente facendo qualcosa per cercare di cambiare la loro situazione. Prendono parte a diversi Forum a livello regionale e internazionale e stanno cercando di portare a galla le diverse problematiche femminili presenti in Uganda. Dall’altra parte però, c’è anche una popolazione di donne non consapevole dei propri diritti, o che non sa che cosa significhi avere dei diritti.
    Nelle aree rurali le donne non hanno accesso a determinati tipi di informazione e quando ce l’hanno, non hanno il background culturale per recepirle nel giusto modo. Farò un esempio: dopo la conferenza di Pechino del 1995 si è parlato molto di questioni femminili, ma la gente pensava che “empowerment delle donne” significasse che esse volevano prendere il posto dell’uomo nella società e nel lavoro.

  • Cosa pensi della legge anti-pornografia? Come influenza la vita delle donne in Uganda?

    La mia sensazione è che le leggi in Uganda vengano introdotte anche quando non sono realmente necessarie. Nel caso della legge anti-pornografia posso dire che il suo contenuto era già presente in altre leggi già esistenti e che non ha risolto i problemi delle donne. Anzi, ha avuto un impatto negativo su di loro, sul loro lavoro e sul modo in cui vivono la loro vita quotidiana. La società ugandese ha recepito solo alcuni aspetti particolari di questa legge e così abbiamo avuto incidenti in cui uomini hanno picchiato o spogliato le donne per strada, mentre nessuno è andato ai negozi di video pornografici per dire che vendere immagini pornografiche è illegale.
    Sento che la gente ha scelto di prestare attenzione solo ad alcuni degli articoli della legge e che le donne siano diventate vittime di questi articoli.

  • Cosa pensi si possa fare per migliorare il rispetto dei diritti umani in Uganda?

    Per quanto mi riguarda, penso che la conoscenza sia potere. Quando le persone sono consapevoli di ciò che sta accadendo, ci sono più probabilità che facciano qualcosa. Quindi direi che la cosa più importante da fare sia creare consapevolezza. Una volta che l’abbiamo creata, le persone saranno in grado di giudicare i problemi e di portare avanti azioni efficaci per risolverli.

  • I difensori dei diritti umani in Uganda sono sotto attacco e fanno fronte a molte sfide. Alcuni però sono più esposti, perchè?

    Credo che dipenda da una parte dai temi trattati e dall’altra dalla località in cui svolgono il loro lavoro. EHAHRDP, per esempio, sostiene difensori che lavorano nell’ambito della promozione e della tutela dei diritti nel settore delle industrie estrattive, nelle zone di conflitto; le donne difensori dei diritti umani; difensori che lavorano sulle questioni delle minoranze sessuali e questioni di corruzione e impunità. Queste sono tutte aree di lavoro in cui i difensori sono molto, molto a rischio rispetto a quelli che si occupano, ad esempio, della promozione del diritto alla salute. Sollevano questioni importanti, che spesso vanno a toccare personaggi influenti, i quali vogliono mantenere i loro segreti e le loro prerogative. Anche per quanto riguarda le violazioni ci sono delle differenze: in alcuni casi gli autori delle violazioni sono sia statali che non statali, ma in altri casi specifici, come quando si tratta di libertà di riunione, espressione e informazione, le violazioni sono portate avanti dallo Stato stesso.
    Su altre tematiche, come per esempio quelle che riguardano le questioni di genere o di orientamento sessuale, scopriamo invece che la maggior parte delle violazioni provengono dalle comunità stesse.

  • Ci puoi spiegare che tipo di supporto EHAHRDP garantisce ai difensori dei diritti umani maggiormente a rischio?

    Prima di tutto, forniamo strumenti di prevenzione: cosa possono fare in quanto difensori per proteggere se stessi e le organizzazioni per le quali lavorano. Ci concentriamo sulla sicurezza, sia personale che dell’organizzazione.
    Offriamo protezione di emergenza se necessario. Nei casi più gravi, quando i difensori sono in pericolo di vita, minacciati direttamente dalle persone della loro comunità o dallo Stato, offriamo un trasferimento temporaneo, sia all’interno del Paese che all’estero, a seconda della natura della minaccia. Forniamo sostegno psicosociale o assistenza medica, per esempio a chi ha subito tortura. Quando lavoriamo con i giornalisti che cercano di documentare i casi di violazione e la cui attrezzatura è stata vandalizzata, garantiamo loro nuovi strumenti. Abbiamo tanti tipi di intervento diversi che mettiamo a disposizione, ma in ogni caso seguiamo il principio di assicurare qualsiasi supporto possibile per evitare il problema prima che questo si presenti.

  • Secondo la tua opinione, i difensori dei diritti umani in Uganda sono consapevoli del loro ruolo e di come tutelare se stessi?

    Penso siano consapevoli del loro ruolo in termini di attivisti che lavorano per la comunità, ma inconsapevoli delle necessità per se stessi e le proprie organizzazioni. Abbiamo lavorato molto su questa consapevolezza, in modo che i difensori sappiano che hanno bisogno di proteggere se stessi e le loro organizzazioni. Molti difensori danno per scontata la loro sicurezza fisica o la sicurezza digitale dei dati che raccolgono. Un esempio forse può chiarire meglio cosa intendo: una serie di sedi di organizzazioni sono state prese di mira in Uganda. Quelle che avevano già ricevuto una formazione sulla sicurezza, anche nel caso di raid nei loro uffici, sono riuscite a salvaguardare informazioni e documenti. I computer sono stati rubati, ma tutti i dati erano crittografati e dunque inaccessibili ed erano stati salvati su un server esterno. Stessa protezione per i documenti contenuti nella cassaforte tagliafuoco, difficile da rompere e da trasportare, di cui avevamo consigliato di dotarsi. Quando i dati non sono protetti, invece, come spesso succedeva in passato, durante le irruzioni venivano rubate informazioni riservate sull’organizzazione e sugli individui che poi venivano utilizzate contro l’una o gli altri, magari rovinando il lavoro di anni. Sono sicura che se riusciremo a rendere i nostri difensori dei diritti umani più consapevoli, ridurremo anche le violazioni subite.

  • Pensi che la mancanza di fondi sia una sfida per il tuo lavoro e per altre associazioni in Uganda, in particolare nel campo dei diritti umani?

    Sì, i fondi sono e sono sempre stati un problema. Nel lavoro sui diritti umani ci sono “i soliti noti”, Paesi specifici e specifiche fondazioni che sostengono finanziariamente le attività. Così tutte le organizzazioni che lavorano su questo tema, in un modo o nell’altro, finiscono per ricercare fondi dalle stesse fonti. Questo crea un problema sulla sostenibilità dei finanziamenti e il fatto che non ci siano molti fondi all’interno del Paese rende tutto più difficile.

  • Cosa pensi della nuova proposta di legge sulle ONG? Quale tipo di impatto avrà?

    La legge riguarda principalmente il ruolo dell’NGO Board e del Ministro degli Interni, ma anche molto altro. Alcune delle questioni che il governo vuole affrontare con questa legge nascono da preoccupazioni ragionevoli, ma ci sono anche alcune clausole negative. Se la legge passerà così com’è, per esempio, le persone dello staff delle ONG saranno responsabili individualmente anche per azioni fatte per conto dell’organizzazione. Altre questioni riguardano la registrazione delle organizzazioni, che sarà a discrezione dell’NGO Board, o il fatto di non avere la possibilità, se necessario, di ricorrere in appello, perché – di nuovo – sarà tutto a discrezione dell’NGO Board e del Ministro.
    Sembra che il governo voglia poter decidere chi può e chi non può lavorare in determinate aree geografiche o su determinate tematiche.

  • Pensi che il progetto di Soleterre sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri italiano sia utile al fine di aiutare i difensori dei diritti umani nel loro lavoro quotidiano?

    Sicuramente.
    Avere un finanziamento specifico così cospicuo per l’Uganda fa una grande differenza per i difensori dei diritti umani perché siamo in grado di raggiungere un numero crescente di difensori e di diffondere le informazioni.
    Vale soprattutto per i difensori fuori da Kampala, come quelli del Nord Uganda: di solito abbiamo fondi sufficienti per fare formazione e dare assistenza soltanto ad un paio di loro. Questo progetto ci permette di diffondere maggiormente le informazioni sulla sicurezza, sulle strategie di difesa, sui meccanismi a loro disposizione nel caso succeda qualcosa. Nel Nord Uganda in particolare, questo finanziamento avrà un enorme impatto.