Human Rights Defender / RLP

Kim Mukasa

L’organizzazione Refugee Law Project (RLP) è nata nel 1999 per fornire assistenza legale ai richiedenti asilo e ai rifugiati in Uganda e ultimamente ha ampliato il suo raggio d’azione occupandosi anche di migranti forzati. L’obiettivo principale di RLP è assicurare a tutti loro il rispetto dei diritti in conformità al diritto nazionale e internazionale. All’assistenza legale è stata affiancata quella psico-sociale che fornisce ai beneficiari consulenza e riferimenti su una serie di questioni non legali inerenti la violenza sessuale e di genere, come l’accesso alle cure mediche, all’alloggio e all’istruzione. Particolare attenzione è dedicata alla formazione sia a coloro che erogano i servizi (polizia, funzionari dell’immigrazione, giudici, magistrati, funzionari del governo locale) sia ai diritti dei rifugiati. Kim Mukasa, come legal officer di RLP si occupa di molteplici attività, dall’assistenza legale alla formazione. È personalmente impegnato come attivista nella lotta contro la criminalizzazione delle persone LGBTI.

L'intervista
  • Quando hai iniziato a lavorare per la tutela e la promozione dei diritti umani e che cosa ti ha portato a farlo? È un lavoro impegnativo in Uganda?

    Ho cominciato come attivista e difensore dei diritti umani quando mi sono unito all’organizzazione per la quale lavoro ancora oggi, ma già dal 2011 ero molto coinvolto nel lavoro e nell’organizzazione della società civile. Anche la mia scelta universitaria fa parte di questo percorso, alla Facoltà di Giurisprudenza ho scelto di concentrarmi sui diritti umani connessi alle questioni di genere e sulle leggi che li regolano.
    Non è stata una decisione presa a tavolino, è successo. Ad un certo punto mi sono reso conto che le mie esperienze mi avevano rafforzato e liberato e ho voluto usare questo processo per fare qualcosa di positivo anche per gli altri.
    Io sono anche un attivista transgender, ho un ruolo nel Comitato Legale della Civil Society Coalition on Human Rights and Constitutional Law e quindi sono parte di quella squadra che sfida la normativa vigente. Sono coinvolto in cause strategiche che riguardano le violazioni dei diritti LGBTI e nel lavoro di advocacy sulla lotta alla loro criminalizzazione.
    Su questo tema in Uganda c’è un grande problema culturale. La gente non capisce la differenza tra identità sessuale e orientamento sessuale. Ci sarebbe bisogno di più visibilità per questi temi e di far sentire di più la nostra voce.
    Rispetto all’essere un difensore o un attivista, devo dire che non è un lavoro facile per nessuno, anche per chi ha competenza nel settore. I diritti dovrebbero essere accordati alle persone in virtù della loro appartenenza al genere umano e invece non è così.
    Per questo scendere in campo per i diritti degli emarginati e delle minoranze è molto impegnativo e si sente un peso non comune sulle proprie spalle.

  • Tu tratti diverse violazioni, quali sono i diritti umani più violati in Uganda, e perché?

    Penso che le donne siano uno dei gruppi più vulnerabili, perché viviamo in una società fortemente patriarcale. Il settore della tutela e della protezione dei diritti umani formalmente ha adottato molte misure per far progredire la parità, l’equità e l’equilibrio di genere. Sulla carta abbiamo una buona politica nazionale, ma si tratta solo dell’espletamento di obblighi che derivano dagli strumenti internazionali, i quali hanno un focus sulla protezione delle donne. La realtà è diversa sia nel mondo del lavoro, che nella sanità, nei sistemi e meccanismi giuridici e di protezione. C’è una reale necessità di proteggere le donne e di renderle più forti. Per farlo è necessario calare nella pratica i principi teorici della parità di genere. Servono più donne in posizioni attive della società, che possano influenzare il cambiamento nella politica, che occupino quegli spazi che hanno un impatto sulle riforme e sui processi decisionali.
    Fortemente discriminate, naturalmente, sono anche le persone LGBTI, i migranti e i rifugiati: tutte categorie molto vulnerabili che si vedono spesso private dei loro diritti.

  • In che modo gli LGBTI sono discriminati in Uganda?

    Le persone LGBTI non sono tutelate a causa della criminalizzazione dell’orientamento sessuale. Essere LGBTI in Uganda è reato, è come essere un criminale o un irregolare. Quindi per le persone LGBTI non è possibile accedere alla giustizia quando i loro diritti vengono violati. È complicato presentarsi alla polizia, come in tribunale. E questo nonostante la nostra Costituzione sia molto ferma sulla parità e sul principio della non discriminazione e vi siano precisi obblighi internazionali che vietano la discriminazione in base all’orientamento sessuale. Discriminazioni e violazioni stanno aumentando e il problema più grande è che gli attori di queste violazioni sono spesso statali.

  • A che livello credi sia necessario lavorare per migliorare i diritti umani delle persone LGBTI in Uganda?

    Ritengo che ci dovrebbero essere delle iniziative per coinvolgere i media, soprattutto i tabloid locali, che gettano molte ombre sugli individui LGBTI e li diffamano. Il linguaggio al quale ricorrono, la scelta dei titoli, il modo poco etico con cui raccontano le storie delle persone transgender, come succede per esempio sui giornali scandalistici come Red Pepper e Hello Daily 1, dovrebbero decisamente cambiare. Quello che pubblicano questi giornali rischia di distruggere tutto il lavoro fatto fino a quel momento dai difensori.
    È quello che è successo, per esempio, a Refugee Law Project 2. Si tratta di una vera e propria sfida, in cui bisognerebbe coinvolgere anche la Commissione sulle Comunicazioni dell’Uganda e altre agenzie governative.
    La polizia, per esempio, dovrebbe aiutare le persone LGBTI e proteggerle dall’omofobia, dall’ostilità diffusa e dalle violazioni commesse, anche quando queste sono portate avanti da attori statali. Proprio con la polizia abbiamo fatto corsi di formazione che avrebbero dovuto instillare un senso di responsabilità più alto.
    1 Centinaia di fotografie di sospetti omosessuali e attivisti LGBTI sono state pubblicate a titolo diffamatorio da alcuni dei maggiori tabloid scandalistici del Paese (Red pepper, Hello Daily e The Sun), accompagnate da titoli come “Impiccateli!”, nell’ambito della mobilitazione per chiedere l’approvazione di una legge contro l’omosessualità e dopo il suo varo nel 2014.
    Una campagna contro gli omosessuali, istigata principalmente da gruppi di missionari evangelici statunitensi ha trovato terreno fertile in Uganda, portando il Parlamento a votare una legge antigay tra le più restrittive al mondo. La norma, che prevedeva per i gay pene dai 14 anni di carcere fino all’ergastolo per i recidivi e fino a 7 anni di reclusione per i colpevoli di “favoreggiamento”, entrata in vigore all’inizio del 2014, è stata poi dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema per un vizio di forma. Attualmente è però in discussione una nuova legge, ancora più draconiana, contro la “promozione di pratiche sessuali contro natura”.
    Dopo il Pride del 2015, i giornali scandalistici hanno pubblicato notizie fuorvianti e diffamatorie su un presunto “party di Gay non autorizzato”.

    2 A marzo 2014, le autorità hanno sospeso le attività di Refugee Law Project – RLP nei campi e insediamenti per rifugiati, in attesa di indagini in merito a una presunta “promozione dell’omosessualità” da parte dell’organizzazione, un reato previsto dalla Anti-Homosexuality Act (AHA). A maggio 2014, la sospensione è stata estesa a tutte le attività dell’RLP riguardanti rifugiati e richiedenti asilo. Il provvedimento di sospensione è rimasto in vigore nonostante il parere della Corte costituzionale che ha invalidato la AHA.

  • Secondo la tua opinione perché i diritti delle persone LGBTI non sono rispettati?

    Le barriere legislative sono, secondo me, le più importanti. Il Comma 145 della Legge della Corte Penale che criminalizza il comportamento sessuale è la fonte di tutto. In secondo luogo vi è l’atteggiamento negativo della società verso la comunità LGBTI. Esso è determinato dalla religione e dalla cultura. L’ignoranza la fa da padrone, vi sono dei miti intorno agli omosessuali, come per esempio quello che li vuole autori di violenze sessuali, specie su minori.

  • A RLP ti occupi anche di migranti. Quali sono i diritti maggiormente violati di questa categoria?

    I problemi maggiori per i migranti forzati sono il sostentamento e l’accesso al lavoro. In Uganda abbiamo una legge sui rifugiati molto restrittiva, gli stranieri hanno forti limitazioni sul tipo di professione che possono esercitare, nonostante i titoli acquisiti nel loro Paese d’origine. Questo significa che non sono in grado di sostenere se stessi e le loro famiglie.
    Spesso i migranti, durante il processo di determinazione dello status di rifugiato, vengono denunciati e arrestati con l’accusa di accattonaggio o vagabondaggio perché sono senza documenti. Non hanno accesso ad alcun servizio sanitario e questo è grave per tutti, ma in particolar modo per le persone che hanno subito violenza e hanno complicanze mediche e riproduttive.
    Le problematiche sono molte e pochissime organizzazioni se ne occupano perché mancano i finanziamenti.

  • Che tipo di servizi vengono assicurati ai migranti da RLP?

    Come legal officer al Refugee Law Project fornisco aiuto legale o assistenza legale e sostegno psicosociale.
    Uno dei lavori più importanti è tuttavia quello di advocacy, portato avanti con i diversi stakeholder: spingere per riforme del diritto e delle politiche è fondamentale per cambiare davvero le cose. Svolgo anche attività di sensibilizzazione, educazione e informazione coinvolgendo direttamente sia le comunità dei rifugiati che quelle di accoglienza. L’obiettivo è garantire un’armoniosa e dignitosa convivenza, in uno spazio in cui tutti possano godere dei loro diritti.

  • Quali sono gli strumenti che utilizzi maggiormente nel tuo lavoro?

    Lo strumento principale che usiamo nel campo della difesa dei diritti umani sono i corsi di formazione per la polizia, le persone che erogano i servizi in campo medico/sanitario, gli studenti di legge e gli operatori di giustizia.
    Un altro strumento importante è il monitoraggio dell’istituto della detenzione: grazie alla nostra “clinica legale” 3 effettuiamo visite nelle centrali e nelle prigioni, per verificare che le persone godano dei loro diritti, identificare i migranti forzati in stato di detenzione e erogare loro assistenza legale e sostegno psicosociale. Questo lavoro ci permette anche di cercare collaborazione con le autorità penitenziarie e di polizia in un’ottica di creazione di reti. Promuoviamo anche incontri, sessioni informative, lavoriamo con le comunità, e stiamo seguendo molte iniziative di carattere internazionale. È infatti molto importante coinvolgere i soggetti interessati a livello nazionale ed internazionale, perché ci deve essere interconnessione tra gli interventi e un approccio multi-settoriale.
    3 La clinica legale (anche clinica di legge o scuola di legge clinica) è un programma delle facoltà universitarie di legge che prevede che gli studenti facciano dei tirocini e eroghino servizi legali ai vari clienti. 

  • Dal punto di vista economico, che tipo di sostegno riceve la tua organizzazione?

    Nel campo in cui lavora RLP c’è un problema generale di sotto-finanziamento. Per essere in grado di difendere i diritti delle persone ci devono essere sia risorse umane che finanziarie e senza fondi non possiamo fare molto.
    Per questo per noi la raccolta fondi è una questione prioritaria. In Uganda ci sono poche persone e poche organizzazioni che si occupano del tema delle migrazioni forzate e molte aree, a causa della carenza di fondi, rimangono scoperte. Penso alla tratta, al trafficking e alle case rifugio le cui attività sono sotto finanziate.

  • Come è cambiata la tua vita da quando sei difensore e attivista?

    La mia vita è cambiata molto, perché questo lavoro mi ha rafforzato come individuo. Si sente un grande senso di responsabilità nei confronti delle persone di cui si difendono i diritti.

  • Hai mai pensato di lasciare l’Uganda per le difficoltà che incontri?

    No. Sono un difensore dei diritti umani e in quanto tale sento la responsabilità di rimanere per parlare in nome di quelli che non hanno voce e di coloro che non si trovano in una posizione di privilegio.
    È vero che anche ai difensori capita di subire delle violazioni dei propri diritti, ma preferisco pensare all’istituto dell’asilo per coloro che subiscono gravi minacce e violazioni dei diritti fondamentali e non sanno come altro difendersi. Sono in grado di fare bene il mio lavoro, difendere la mia gente, e lo voglio fare qui, nel mio Paese.