Human Rights Defender / HRI

Jay Abang

Jay Abang ha 31 anni e lavora per Health and Rights Initiative (HRI), un’organizzazione di Lira, nel Nord dell’Uganda, che si occupa di promuovere i diritti e il benessere delle persone LGBTI. Si tratta di un lavoro particolarmente difficile poiché, nelle aree rurali, le persone LGBTI sono ancora più emarginate e discriminate che in quelle urbane. Le comunità, infatti, sono molto coese e interdipendenti, il che rende ancora più vulnerabili coloro che decidono di dichiarare il proprio orientamento sessuale. Il senso di isolamento per le persone LBGTI è forte e i servizi e le informazioni a disposizione molto carenti. Uno degli obiettivi principali di HRI è che le persone LGBTI siano consapevoli dei propri diritti, in particolare per quanto riguarda la salute e l’accesso ai servizi e alle informazioni sulla salute sessuale e riproduttiva.

L'intervista
  • Quando hai iniziato a lavorare per la promozione e la protezione dei diritti umani, diventando così un difensore?

    Sono sempre stata un difensore, ma non quello che definirei un “difensore in prima linea”. Lo sono diventata sul serio nel giugno del 2010: lo ricordo con precisione perché è coinciso con il momento in cui mi sono apertamente dichiarata lesbica. In quel periodo, in Uganda, si registravano molte discriminazioni e violenze contro le persone LGBTI e io ero project manager in un’organizzazione che si occupava della promozione dei diritti delle persone lesbiche.

  • Diventare un difensore ha influenzato la tua vita privata?

    Penso che a volte non si scelga di diventare un difensore, probabilmente ci si ritrova a esserlo e non ci si rende conto che si sta lottando per i diritti delle persone. Ma faccio il mio lavoro con passione e senz’altro le discriminazioni e la violenza che ho sperimentato come persona dichiaratamente LGBTI mi hanno spinto verso questa strada. All’inizio non è andata bene con la mia famiglia e ricevo ancora rimproveri da parenti e amici. Mi ha aiutato, in questo, trovare molti nuovi amici che ho scelto di chiamare “la mia famiglia elettiva”, persone che mi stimano, mi capiscono e rispettano chi sono.

  • Qual è la situazione delle donne nel Paese? Molti dei loro diritti non vengono rispettati, perché?

    Quando si tratta di donne, ci sono diversi fattori che contribuiscono al rispetto dei loro diritti. Naturalmente i fattori culturali, anche in Uganda, sono fondamentali. Essi determinano come le donne sono viste dalla società e quali sono le aspettative nei loro confronti.

    Soprattutto nelle zone rurali ci sono impedimenti nella realizzazione di alcuni diritti profondamente legati alla tradizione. Penso al (mancato) diritto di possedere la terra o ai legami familiari: alcune comunità ritengono che se il marito non picchia la moglie non la ami. È difficile occuparsi di violenza domestica con questi presupposti.
    A questo aggiungerei l’influenza religiosa che dice cosa le donne possono o non possono fare e che frena molti cambiamenti. Ci sono tanti fattori e tanti problemi che hanno impedito alle donne di vedere effettivamente riconosciuti i loro diritti in molti campi della vita.

  • Le donne non hanno una grande rappresentanza in politica in Uganda. È vero? Perché?

    Sicuramente la rappresentanza femminile in posizioni di spicco non è come dovrebbe essere. E questo vale sia per la rappresentanza politica, nel Consiglio dei Ministri, in Parlamento e nella politica locale, sia per quella nei consigli di amministrazione e nelle posizioni di amministratore delegato del settore privato.
    Credo che uno dei motivi per cui le donne non ricoprano queste posizioni sia culturale, legato alle responsabilità familiari a cui esse tendono a dare un enorme peso.
    Spesso le donne si chiedono se valga la pena andare avanti in politica, piuttosto che prendersi cura della propria famiglia. Un uomo nella stessa situazione non si preoccupa della famiglia, perché sa che c’è la moglie a occuparsene. Penso però che ci siano anche delle ragioni storiche, legate alla forma patriarcale della società che vede le donne inadatte a fare certi lavori.

  • Hai scelto di lavorare con le persone LGBTI delle aree rurali dell’Uganda. Ci sono differenze tra i gruppi LGBTI delle aree urbane e rurali?

    Spesso si crede che le persone LGBTI vivano solo nelle aree urbane, ma non è così. Senz’altro vi sono migrazioni dalla campagna verso la città, poiché molti sono convinti che il contesto urbano sia più aperto, sicuro e garantisca maggiori possibilità di socializzazione. Le zone rurali sono più chiuse, tutti si conoscono e tutti sanno chi fa cosa e dove, l’insieme delle norme sociali non è elastico: c’è un’età in cui bisogna essere sposati, avere figli, da una donna ci si aspetta che abbia un marito, da un uomo che abbia una moglie. Davanti a scelte diverse la comunità si interroga sulla sessualità della persona, iniziano le domande, le chiacchiere, l’emarginazione: non è facile vivere come una persona LGBTI. In più le comunità LGBTI nelle zone rurali non hanno
    accesso ad alcuni servizi che invece si trovano in città, come per esempio spazi di aggregazione. E anche l’accesso alle cure sanitarie, che è un diritto umano fondamentale, non è garantito alle persone LGBTI nelle zone rurali.

  • È per questo motivo che hai deciso di lavorare nelle zone rurali?

    Ho lavorato nelle zone urbane per 4 anni. Quando tornavo a casa molte persone LGBTI del Nord mi dicevano di essersi sentite abbandonate da me. In qualche misura mi sentivo responsabile: a causa della lunga guerra ventennale che si è svolta nel Nord Uganda, c’è un divario profondo tra questa zona e il resto del Paese. Si tratta di una marcata differenza socio-economica che incide su tutta la popolazione, ma ancora di più sugli emarginati, come le persone LGBTI.

  • Come fanno le persone o i gruppi LGBTI a manifestare i propri problemi senza essere esposti ad abusi e discriminazioni nelle loro comunità?

    Questa è la sfida di Health and Rights Initiative. Io sono apparsa in TV e sui giornali e per questo molte persone non vogliono essere associate a me, perché temono causi loro ulteriori difficoltà, o per timore di dover dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale. Interrogandoci su cosa fare, abbiamo concluso che la strada migliore da percorrere per entrare in contatto con le persone LGBTI fosse quella dei rappresentanti delle comunità. Si tratta di persone che conoscono bene la comunità e con le quali essa solitamente interagisce. In questo modo salvaguardiamo i gruppi LGBTI da eventuali minacce e consentiamo loro di interagire con chi li conosce e conosce i loro problemi. Noi interloquiamo con i rappresentanti con continuità e solo in un secondo momento, quando le persone si aprono e acquistano fiducia e consapevolezza, le avviciniamo direttamente.

  • Qual è il punto di vista delle comunità locali sui gruppi LGBTI?

    Da dove provengo io, gli LGBTI non sono ben accetti. Quando si parla dell’argomento le frasi più comuni, ben rappresentative del livello culturale sul tema, sono: “Non è africano”, “è contro la nostra cultura e la nostra tradizione”, “la nostra religione non lo consente”, “l’incolumità dei nostri bambini è a rischio”.

  • Gli LGBTI sono discriminati sul posto di lavoro o nelle scuole?

    In generale, sì lo sono. Molti degli LGBTI che conosco hanno perso il lavoro o sono stati espulsi da scuola semplicemente per essere sospettati di esserlo. Io stessa sono stata espulsa da scuola il primo anno delle superiori con l’accusa di essere una lesbica. Ancora oggi i giovani vengono espulsi dalle scuole: i dirigenti scolastici e le autorità lo fanno a cuor leggero senza pensare che se si espelle un bambino dalla scuola primaria lo si espone a molti problemi e potenzialmente si distrugge il suo futuro.

  • Anche in Italia, sui giornali, si è parlato della pratica dello “stupro correttivo”. Ci spieghi in cosa consiste?

    Lo stupro correttivo avviene quando qualcuno ti sottopone a violenza per cercare di cambiare ciò che sei in ciò che ci si aspetta tu sia. Per quanto riguarda le lesbiche, per esempio, vi è la convinzione da parte degli uomini che esse vogliano competere con loro, che vorrebbero essere come loro. Così le donne lesbiche vengono violentate per “insegnare” loro a essere “donne vere”. Non so che cosa significhi “donna vera”, penso intendano sposata con un uomo. Gli autori della violenza sono di solito i più vicini alla donna: membri della famiglia (padre, fratelli), amici.

  • Ci sono molti casi di stupro correttivo in Nord Uganda?

    Sì, anche se purtroppo non sono documentati e registrati poiché le vittime non li denunciano. Hanno paura e subiscono intimidazioni da parte dei colpevoli. Penso che a volte non sappiano nemmeno che devono denunciare questi episodi.

  • Che approccio usa HRI per entrare in contatto con le comunità, le istituzioni, le altre associazioni?

    Il nostro approccio si basa sul dialogo, iniziamo col raccontare chi siamo e quale sia il nostro lavoro. Molte delle persone con cui ci confrontiamo si chiudono, o ci buttano fuori dagli uffici. Altri ci ascoltano, ma fanno finta di non capire, altri ancora sono più aperti alla discussione e vogliono saperne di più. È un mix di reazioni e atteggiamenti in cui non è facile capire chi sarà tuo alleato e chi no.

  • Pensi che l’atteggiamento delle persone cambi dopo che ti hanno conosciuto come essere umano?

    Per esperienza sì, ma è comunque un percorso difficile. Sui volti di chi incontro la prima volta spesso vedo risentimento, odio, disgusto. Ma io continuo a parlare, a spiegare. C’è molta ignoranza sulla sessualità omosessuale e si tende a dimenticare che si parla sempre e comunque di persone.

  • Cosa ne pensi del Gay Pride in Uganda, è stato importante per la comunità LGBT?

    Ogni giorno è Pride per me, perché è sempre importante esprimere se stessi ed essere orgogliosi della propria sessualità. Penso che il Pride sia una dichiarazione politica, per dire alle autorità in particolare e alle comunità in generale, che le persone LGBTI esistono e che sono parte della società. Non sono animali, criminali o diavoli come le persone spesso pensano. Sono onesti cittadini, sono le loro figlie, i loro figli, madri, padri, medici e insegnanti. Sono fattori positivi di sviluppo della società.

  • Come si comportano i media nei vostri confronti? Sono un supporto o un ostacolo per i difensori dei diritti umani delle persone LGBTI?

    I media seguono i propri interessi e su certi argomenti, dalla politica alle questioni LGBTI, sono di parte e fanno ciò che gli conviene. Anche tra i giornalisti c’è molta ignoranza riguardo alla sessualità e al perché gli LGBTI manifestino in occasione del Gay Pride. I giornali lo chiamano “Festival del Sesso”, distorcendo i fatti e mettendo in cattiva luce partecipanti, attivisti e difensori. Non si preoccupano di ciò che scrivono, usano titoli accattivanti e danno la lettura della realtà che gli è più utile a vendere. Il risultato è che creano molti problemi ai partecipanti: con le famiglie, i proprietari di casa, i coniugi. Dovrebbero raccontare queste cose con un senso più critico e dando informazioni vere, anche se sull’argomento hanno un parere negativo.

  • Puoi raccontarci alcune delle ingiustizie a cui sono sottoposti gli attivisti e i difensori LGBTI?

    Una riguarda senz’altro i fermi della polizia, che, come al primo Pride, avvengono senza alcun rispetto delle leggi nazionali. Siamo stati tutti caricati su un furgone della polizia e portati alla stazione di Entebbe. Non hanno raccolto nessuna deposizione, chiedevamo “perché siamo qui?” e i poliziotti non rispondevano: dicevano di non avere il permesso di farlo. Ci hanno rilasciato, senza spiegazioni, solo dopo 30/40 minuti.
    Un’altra questione è quella della diffamazione e delle minacce. Durante la campagna “Hate no more” (Non più odio, n.d.r.), che aveva come slogan “Fermare la violenza contro le persone LGBTI”, io facevo parte del team che seguiva le attività in Nord Uganda. Distribuivamo volantini e manifesti, visitavamo le organizzazioni della società civile per parlare con loro delle persone LGBTI e di come fosse importante tutelare i loro diritti. Mentre viaggiavamo verso Gulu, ho scoperto che tutte le stazioni radiofoniche parlavano di me, di come mi erano stati dati soldi per reclutare altre persone nella comunità LGBTI. Avevano copiato i numeri telefonici dei volantini e li avevano diffusi: molti hanno chiamato per insultarci, io ho ricevuto minacce di morte, se fossi tornata a Lira sarei stata linciata.
    Per molto tempo non sono tornata, perché temevo per la mia vita. Queste sono solo alcune delle cose che derivano dal fatto di essere un difensore, soprattutto quando difendi quello che la gente ritiene “immorale”.

  • Da quando hai iniziato il tuo lavoro come difensore, sono cambiate le cose in Uganda o la situazione è la stessa dell’inizio?

    Non c’è stato un vero e proprio cambiamento, ma un passo nella direzione che vogliamo sì. Ci sono state alcune variazioni significative in termini di accettazione o tolleranza
    da parte della gente.
    Se guardo indietro a quattro anni fa, quando è stato introdotto il disegno di legge anti-omosessualità, la situazione è cambiata. Penso che proprio l’introduzione di quel disegno così odioso abbia spinto le persone LGBTI a farsi avanti e dire:“siamo qui,esistiamo,siamo parte di te”.È cambiato il loro impegno nella tutela dei propri diritti. Penso che gli ugandesi abbiano imparato molto, molti non sapevano nemmeno dell’esistenza delle persone LGBTI.
    Il presidente stesso diceva che le persone LGBTI non esistevano in Uganda. Ora c’è una maggiore tolleranza in termini di accesso ai servizi di assistenza sanitaria e un dialogo in corso nella società civile e con i responsabili politici. Abbiamo cominciato a fare breccia nel “muro”, il messaggio è stato lanciato.

  • Quindi pensi che le cose miglioreranno in futuro?

    Credo di sì, non posso dire se in 5 anni o 10, ma sicuramente ci sarà un cambiamento. Soprattutto nell’ambito della protezione o dell’accettazione.
    I problemi maggiori riguardano il fatto che le nostre comunità continuano a collegare l’omosessualità al reclutamento 1, alla pedofilia infantile, agli abusi.
    Su questo abbiamo bisogno di fare chiarezza e di far capire che questi problemi non sono legati alle persone LGBTI. Dobbiamo distruggere dei luoghi comuni molto radicati. Per contrastare queste accuse e denunce dobbiamo discutere con i rappresentanti religiosi, dire loro che ciò che predicano non è giusto e non corrisponde alla realtà.
    Non sarà un lavoro semplice, ma ci dobbiamo provare.
    1 In Uganda le persone LGBTI vengono accusate di reclutare ragazzi e ragazze nella comunità spingendoli all’omosessualità.