Human Rights Defender / HURIFO

Francis Odongyoo

Francis Odongyoo è l’executive director della Human Rights Focus (HURIFO), un’organizzazione non governativa per i diritti umani della società civile ugandese. Apartitica, non violenta, anti razzista e laica è stata fondata nel 1994 con un mandato a livello nazionale, anche se la sua sede principale si trova nel distretto di Gulu, nel Nord Uganda.
Fin dalla sua nascita, nel 1994, HURIFO ha sostenuto la causa dei diritti umani nel conflitto che ha colpito il Nord Uganda, una Regione dove le persone hanno sperimentato violazioni dei diritti umani e sofferenze indicibili.

Odongyoo è un avvocato e il suo lavoro consiste nel sorvegliare l’attuazione dei programmi e l’amministrazione dell’organizzazione. Parte del suo lavoro si svolge sul campo, con le numerose attività di sensibilizzazione portate avanti nelle comunità del distretto di Gulu.

L'intervista
  • Quando hai incominciato a occuparti di diritti umani?

    Intorno al 1990. A quel tempo lavoravo come impiegato all’International Hotel Sheraton di Kampala, dove ho visto molti diritti umani dei lavoratori sistematicamente violati. A quelli a contratto venivano negati molti benefici e capitava spesso che non venissero pagati per gli extra o del tutto. Le violazioni riguardavano anche il personale a tempo indeterminato: l’orario di lavoro di 8 ore non veniva rispettato e nonostante i profitti migliorassero a vista d’occhio i salari non venivano modificati. Le donne erano senz’altro le più penalizzate: per esempio non venivano pagate quando rimanevano a casa ad accudire i figli malati. A quel tempo l’Uganda stava implementando la politica di privatizzazione prevista dal Fondo Monetario Internazionale. Lo Sheraton era una struttura governativa para-statale che doveva essere privatizzata, ma il processo di privatizzazione era inumano. Ho deciso quindi di dar vita a un sindacato, per negoziare l’incremento dei salari e migliorare i termini di servizio. Abbiamo negoziato gli aumenti, ma anche il diritto di aspettativa per paternità e aumentato il periodo della maternità, che ai tempi era di soli 30 giorni. Questo è stato l’inizio del mio lavoro per i diritti umani.

  • Cosa ti ha fatto tornare a Gulu, nel Nord dell’Uganda?

    Spesso andavo a trovare i miei genitori a Gulu e una volta mi è capitato di partecipare a una riunione in cui dei civili erano sospettati di aver collaborato con i ribelli. All’epoca le persone venivano torturate solo perché “sospettate” di aver collaborato con i ribelli. Il numero di casi di tortura e di violazioni dei diritti che ho potuto verificare erano molti e il trattamento riservato ai sospetti ribelli, inumano. Questa situazione mi angosciava ancor più di quella che avevo incontrato quando ero nel sindacato. Nel 2004, ho deciso di lasciare Kampala per andare a lavorare in Nord Uganda e sono arrivato all’HURIFO. Sono stato reclutato per il monitoraggio dei diritti umani e mi sono imbattuto in molte violazioni, più di quelle che registravo a Kampala. A quel tempo, se un soldato ti schiaffeggiava, dovevi ringraziarlo per non averti ucciso. Era veramente difficile, la gente voleva andarsene. Abbiamo svolto alcuni corsi di formazione per potenziare la comunità: quando una popolazione diventa consapevole dei
    propri diritti, può anche rivendicarli. È stato l’inizio di un lavoro molto duro che consisteva sia nel monitorare la situazione dei diritti umani che nel portare alla luce le storie legate alle violazioni. A quel tempo andavamo in radio o formavamo la gente attraverso delle riunioni in cui spiegavamo loro gli abusi e poi condividevamo con loro i problemi e come agire in modo adeguato.

  • La situazione è cambiata ora?

    È molto migliorata. Quando ho iniziato c’erano molte violazioni dei diritti civili e politici, il problema della tortura di civili sospettati di collaborazionismo con i ribelli, la detenzione illegale da parte dei militari, le uccisioni, le violazioni e gli stupri sia da parte dei militari che dei ribelli. La tortura era esercitata per lo più dai soldati, perché i membri della polizia erano molto pochi nella zona, nel distretto di Gulu c’erano meno di 10 agenti di polizia ai tempi della rivolta. Col tempo è stata reclutata la polizia speciale, ma la situazione dei diritti umani non migliorava: i suoi membri erano inesperti, poco addestrati e senza nessuna conoscenza dei diritti umani.
    Oggi è diverso e raramente si incontrano casi di tortura da parte dei militari. Le persone sono più libere di muoversi e ancora più libere di scrivere su questioni attinenti ai diritti umani senza essere subito attaccate, come avveniva prima. La natura dei diritti violati è ora cambiata, si parla soprattutto di diritti economici, sociali e culturali.

  • Quali sono secondo te i diritti meno protetti in Uganda, e perché?

    Nella sub regione Acholi (al confine tra Uganda e Sud Sudan, n.d.r.), i diritti meno rispettati sono quelli delle persone rientrate nelle località d’origine dopo la guerra. Mi riferisco in particolare ai bambini che sono stati rapiti e costretti in schiavitù dai ribelli e che, in un modo o nell’altro, sono riusciti a fuggire o sono stati salvati. La loro condizione è problematica e le violazioni dei diritti umani diverse. La Commissione Amnistia è responsabile di provvedere a queste persone, eppure le uniche azioni messe in campo sono l’erogazione di 263.000 scellini [circa 66,00 euro] a testa e la fornitura di una coperta. Le istituzioni culturali e religiose, non vanno molto oltre: a volte si recitano per questi ragazzi delle preghiere, come il rituale “Nyono Tongweno” per purificare i rimpatriati. La questione di una vera reintegrazione nel tessuto sociale è completamente disattesa. Le famiglie spesso non si fidano nel riaccogliere i giovani in casa e a questo si aggiungono i conflitti sulla proprietà, visto che il terreno Acholi diventa di tua proprietà quando lo erediti dai genitori. E poi cosa possiamo dire dei bambini nati in cattività 1? Molti di loro non conoscono i loro veri genitori. Non conoscono i loro clan. Quale terra possono ereditare? Questo ha costretto la maggior parte delle persone rimpatriate, soprattutto quelle di sesso femminile, a spostarsi a vivere nelle periferie delle città. Specialmente in quelle aree in cui il sistema della proprietà della terra sta cambiando e prevede anche i contratti di locazione. Se venite a Gulu li troverete nei terreni pubblici della periferia, organizzati in una sorta di baraccopoli.
    1 I bambini nati in cattività, sono figli di bambini soldati, reclutati a forza dai ribelli di LRA e delle ragazze costrette a subire abusi sessuali.

  • Secondo la tua opinione, a quale livello e in quale campo è necessario lavorare per migliorare la protezione e la promozione dei diritti umani in Uganda?

    Abbiamo bisogno di una giustizia che funzioni. I tribunali, i giudici e anche la polizia dovrebbero essere in grado di lavorare in modo appropriato, di realizzare indagini accurate sulle violazioni dei diritti. Anche la certezza della pena è importante, altrimenti gli sforzi sarebbero vani. Vi è la necessità di una società civile strutturata, di istituzioni tradizionali e futuro governo che condividano un programma specifico per la promozione dei diritti umani. Una volta che tutti questi importanti attori lavoreranno insieme in rete, la protezione dei diritti umani potrà essere effettivamente migliorata in Uganda.

  • Quali sono gli strumenti che utilizzi nel tuo lavoro, incontri, mobilitazioni di comunità, pubbliche relazioni?

    Come ONG ci occupiamo di protezione dei diritti umani da diverse angolazioni, ma l’attività più importante è senz’altro
    la sensibilizzazione della comunità. La nostra filosofia è che dobbiamo lavorare attraverso la comunità per cambiare la situazione. Quando le persone vengono sensibilizzate e conoscono i loro diritti, possono agire in prima persona per rivendicarli e fare richieste direttamente all’istituzione giudiziaria. Naturalmente diamo contributi alle indagini, fornendo informazioni sulle violazioni e sulla situazione e promuoviamo azioni giudiziarie, ma ricorriamo a questo istituto solo quando la mediazione comunitaria non ha dato i suoi frutti.

  • Come sostieni il tuo lavoro dal punto di vista economico, a quali fonti di finanziamento accedi di solito?

    HURIFO è supportata da alcuni donatori sia finanziariamente che materialmente. Lavoriamo con Democratic Governance Facilities, DIAKONIA Sweden, la diocesi di Augsburg, il Fund for Global Human Rights e naturalmente Soleterre, che voglio ringraziare sinceramente per l’assistenza e il contributo che ci ha dato nel migliorare il livello del lavoro del nostro personale nell’ambito della documentazione sugli abusi e sulle violazioni 2. Ma la cosa più importante è che abbiamo dalla nostra parte le comunità locali. Esse sono interessate ai problemi relativi ai loro diritti e per questo sostengono il nostro lavoro. Non sempre il supporto è una questione di denaro. Se i leader comunitari già si mobilitano per la popolazione a noi non resta che formarli. In assenza di membri della comunità attivi, per raccogliere dati e informazioni dovremmo avere molte più persone che monitorano il territorio, ma dato che loro possono segnalarci i problemi, noi consideriamo questo contributo una vera e propria donazione.
    2 Soleterre ha facilitato un training che si è svolto in Agosto 2015 a Gulu per il personale di HURIFO sull’utilizzo della fotografia per la documentazione degli abusi contro i diritti umani, nell’ambito del progetto co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiano: Al Fianco dei Difensori dei Diritti Umani in Uganda.

  • Ci puoi parlare di un caso rappresentativo nel tuo lavoro che hai seguito?

    Abbiamo trattato tanti casi che riguardano la tortura, mi piacerebbe poter raccontare di ognuno di loro. La legge sulla proibizione e la prevenzione della tortura è entrata in vigore in Uganda solo nel 2012 e quindi le cause portate avanti fino a quel momento erano cause pilota. Abbiamo lavorato con le vittime di tortura per due motivi: per permettere alle vittime di accedere alla giustizia e per aiutare l’iter legislativo della Legge, dimostrando al governo che la tortura costava troppo (in termini di vittime e di iter giudiziari). C’è un caso particolarmente toccante che voglio condividere con voi, quello di un ragazzo di 17 anni e della sorella di 13 anni che sono stati violentati dai soldati davanti alla loro madre. La ragazza ha contratto l’HIV. Il caso è andato avanti molto lentamente, però lo abbiamo portato in tribunale e abbiamo vinto: al ragazzo sono stati riconosciuti 30 milioni di scellini [circa 7500 euro] e alla bambina 50 milioni di scellini [circa 12500 euro]. Non ci aspettavamo un rimborso così alto, anche se è certo che questi soldi non sono sufficienti a cancellare quello che hanno subito: la bambina che adesso ha l’HIV dovrà convivere con questa malattia per il resto della vita. Oggi seguiamo molti casi in cui le donne vengono cacciate dal tetto coniugale, che lottano per la propria terra e per il diritto di vivere nelle loro case. E poi casi di violenza domestica, violazioni dei diritti dei bambini…

  • Ci sono differenze nella promozione e protezione dei diritti tra le varie regioni dell’Uganda?

    Sì, c’è una differenza significativa, perché le questioni inerenti i diritti umani sono molto specifiche a seconda del territorio che prendiamo in considerazione. Nel Nord Uganda, che è stato in guerra per lungo tempo, le violazioni sono legate soprattutto al conflitto: tortura, spostamenti forzati, dispute sui diritti di proprietà della terra. Qui le persone sono ancora preoccupate di superare la situazione post-guerra e la nodding desease 3 affligge centinaia di bambini che non hanno il supporto necessario per migliorare la loro situazione. Nella regione Centrale invece le violazioni riguardano maggiormente la stampa, gli arresti dei giornalisti e la chiusura di case di produzione e quindi la libertà di espressione e di associazione. Nel West Nile le violazioni dei diritti riguardano soprattutto i rifugiati: i loro diritti, le questioni sulla proprietà della terra, l’accesso all’alimentazione e ai beni di prima necessità, le condizioni igienico-sanitarie. In Karamoja c’è un’altra situazione ancora. Molte violazioni riguardano riti, rapimenti, omicidi, razzie e altro ancora.
    3 È una malattia, comparsa per la prima volta in Sudan nel 1960, che porta a disabilità fisica e mentale permanente. Colpisce bambini dai 5 ai 15 anni, non ne sono ancora state individuate cause e cure possibili.

  • I difensori dei diritti umani sono consapevoli del loro ruolo e dei loro diritti?

    Anche in questo caso ci sono delle differenze geografiche. I difensori dei diritti umani nelle zone urbane conoscono meglio i loro diritti, mentre quelli delle zone rurali meno. Per questi ultimi il lavoro è più pratico che teorico. Vivono a stretto contatto con la comunità e hanno poco tempo per leggere le convenzioni internazionali o informarsi sulle leggi che proteggono il loro lavoro. Alcuni di questi meccanismi di protezione sono molto lontani da loro. Un difensore delle aree rurali è certo in grado di riferire se è sotto attacco, sa di poter fare una segnalazione al commissario del distretto, alla polizia. Ma sanno poco dell’approccio delle Nazioni Unite, delle Convenzioni Internazionali o della presenza, per esempio, di un Relatore speciale dedicato ai difensori dei diritti umani.

  • Un’ultima domanda. Qual è la tua visione a lungo termine del tuo Paese?

    A giudicare dagli eventi, penso che ci stiamo allontanando dallo Stato di diritto, dove la protezione dei diritti umani è supportata, e stiamo andando verso una situazione in cui la violazione dei diritti è comune e accettata. Dico questo perché in principio c’era molto rispetto per i diritti, il governo stesso era realmente votato alla protezione dei diritti umani. Col tempo, le cose sono cambiate e stanno cambiando. La partecipazione della società al governo del Paese è ridotta al minimo. Non lavoriamo più per costruire una società democratica in cui ognuno è libero di esprimere un parere e anche proteggere, promuovere e rispettare il diritto degli altri a farlo. I segni sono lì, forse dopo lo Stato di diritto avremo l’anarchia.